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Antonio Piazza
... Siamo nel 1806, i sogni e le avventure post rivoluzionarie del 1799 sono finiti e la Repubblica partenopea ha concluso la sua breve vita in un bagno di sangue. I giacobini, non del tutto consapevoli e convinti della nuova direzione che le cose stavano prendendo, sono pronti a rialzare la testa, in un contesto confuso nel quale il Regno – dal 1800 al 1806 – visse una sorta di libertà condizionata. Mentre Napoleone si appresta ad occupare questa volta saldamente la penisola e manda il fratello Giuseppe a governare e, se possibile, a spoliare il territorio. Il Borbone si mette in salvo in Sicilia sotto la protezione (potremmo meglio dire, custodia ostile) degli inglesi. Un precedente, quello della fuga salvifica, non isolato nella nostra storia, nella quale regnanti ed ideologi assai spesso vanno a salvare la patria da un’ altra parte. I francesi – e qui può iniziare la nostra cronaca – si scontrano nelle montagne di Cuccaro con una non meglio identificata resistenza e, battuti, si avviano a Pisciotta. Qui, nel frattempo, nella più generale confusione e latitanza dei poteri ufficiali, arrivano i briganti. E’ gente determinata, abituata ai saccheggi ed ai taglieggiamenti sicchè è da ritenere che si tratti di professionisti, con l’alibi del “partito” borbonico e magari accompagnati da elementi locali a caccia di vendette o di piccola preda. Preti e popolani si affrettano in piazza con stendardi e bandiere per ricevere i liberatori e tardi si avvedono che non degli uomini del Re si tratta. Don Michele Pinto si affanna a calmare gli animi e a raffreddare la violenza, ma non riesce a salvare i beni e le case dei borghesi. Lui stesso rimedia un ceffone e viene tassato di 300 ducati. Arrivano anch’essi, ma a cose fatte, i Corsi reduci – come abbiamo detto - da Cuccaro e nonostante i buoni uffici del semprepresente Arciprete agguantano una ventina di maggiorenti borghesi (fratelli Pinto compresi), li accusano di connivenza con gli insorgenti, li traducono incolonnati e vilipesi a piedi via Ficajola verso Centola e solo un provvidenziale ed autorevole intervento di un compaesano presso gli inglesi che incrociano davanti alle nostre spiagge li preserva dal cannoneggiamento dal mare. Dalla prigionia sono salvati ancora una volta dai buoni uffici di Don Michele che nella circostanza mostra coraggio e decisione nei suoi colloqui con gli ufficiali Corsi, diversamente dal fratello Francesco più pavido e incerto. E siamo, finalmente, alle eroiche giornate dell’ assedio dei briganti e alle cronache parallele dei fratelli Pinto. Questa volta i galantuomini pisciottani hanno il tempo di fuggire verso Vallo, ma Don Michele rimane e tutto quello che avviene dopo è accuratamente commentato da Gennaro Incarnato ... (
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