CILENTO

Alessandro Pinto

Edizione Comunità Montana
Gelbison e Cervati - 1981
Vallo della Lucania, Salerno

 

Fotografie
Gaetano Mansi

Consulente etnografico
Giuseppe Pinto

Traduzione Anna Veneroso
e Caterina Veneroso

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Aldo Falivena

Perché questo libro testimonianza sul Cilento? Che cos'è: un'attenzione d'amore o la risposta a una crisi di identità ?

Il nome Cilento figura per la prima volta, nel 994, in un diploma del principe Guaimaro di Salerno. I benedettini avevano assegnato questo nome alle terre che si estendevano al di qua dell'Alento (Cis-Alentum).

Per l'asceota Filippo Rizzi il cilento è “quel tratto di paese che comincia dal fiume Sele e si estende fino a Sapri. Per lo passato sotto tal nome ordinariamente eran compresi quei comuni, situati tra il fiume Sele, ed Alento, ovvero circa l'Alento, onde Cilento”.

Per Carmelo Colamonico, che ha redatto la voce omonima nel X volume dell'Enciclopedia Italiana: “in senso stretto per Cilento viene inteso solo il nucleo detto del monte Stella che chiude a sud il golfo di Salerno e che sorge tra il mar Tirreno e il fiume Alento; ma, nel senso più lato, abbraccia tutto l'impervio territorio che scende sul Sele fino alla confluenza del Tanagro, sul Vallo di Diano, sul Busento e sul mar Tirreno”.

Il professore Luchino Franciosa ne indica i confini nel fiume Sele, a nord, fino alla confluenza del Tanagro, ad Oriente la displuviale del Vallo di Diano, a sud il torrente Casaletto e il Busento, a occidente il mar Tirreno.

Per secoli il Cilento ha espresso tradizioni e costumi che, pur riflettendo le diffuse radici contadine della civiltà meridionale, sono stati patrimonio esclusivo dei suoi abitanti.

Tuttavia recuperare la cultura e il linguaggio dei ricordi è già oggi una scommessa perché, in questi anni, modelli pseudourbanistici cittadini, ipertelevisivi e di consumo si sono sovrapposti modificando le voci di dentro e di comportamenti e corrodendo ciò che era o specifico o antico.

Quanti giovani, mi chiedo, si stupiranno nel sentirsi riproporre da Alessandro Pinto, con la certezza di un diritto, il dialetto dell'infanzia che essi adoperano sempre più di rado e quasi chiedendo scusa a chi cilentano non è.

Per parte sua l'occhio fotografico di Gaetano Mansi ha visualizzato le ceneri fredde della grande stagione degli avi. Molti di questi volti, rassegnati o vinti, cento anni fa, o poco più, erano giudicati ‘tristi' dalla polizia borbonica perché volti di patrioti o di ribelli all'ingiustizia.

Dal dopoguerra i paesi dell'alto Cilento si sono spopolati: Capaccio, Trentinara, Monteforte cilento, Magliano Vetere, Stio, Laurino, Campora, Cannalonga, Novi Velia, Rofrano, Caselle in Pittari, Cataletto Spartano sono abitatio da anziani che attendono il ritorno dei figli o dei parenti e di ragazzi in lista di attesa per diventare, a loro volta, adulti, emigranti. Della stessa natura è la vita dei paesi meno interni: da Acquavella a Stella Cilento, da Sessa a Mercato, a Perdifumo. Diversa è la condizione del Cilento costiero che può allineare insenature, vaie, marine e porti da Agropoli a Santa Maria di Castellabate, da Agnone ad Acciaroli, da Pioppi,a Palinuro, a Sapri.

Negli anni '50 si potevano ancora ammirare i giganteschi olivi di Ascea, Pisciotta, Caprioli e, lungo queste terre, fino a Camerata. Quegli olivi avevano secoli nelle loro radici e ci volevano molte persone in circolo per abbracciare un tronco. Poi sono stati abbattuti per far posto ad agglomerati turistici e a tendopoli estive.

E qualche esemplare superstite ammonisce su ciò che s'è perduto.

Il teatro della memoria, come si vede, non è mai un esercizio innocente: si dovrà pure decidere cosa conservare e perché. E non può essere altrimenti. Il rispetto per i lari domestici ha sempre sottointeso l'invito a non offendere i sentimenti e lo spazio dei padri.