GABBIANO

Mario D'Amato

Edizioni Gabrieli - Roma

1990

Recensioni

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Franco Monetti

La prima cosa che balza evidente da una lettura anche solo corrente del libro di poesie " Gabbiano " edizioni Gabrieli - Roma di Mario D'Amato è la ricchezza delle immagini che puntualizzano il suo discorso poetico; discorso che si va via via approfondendo di nuove tematiche e di nuove suggestioni a grado che la riflessione si fa più matura. Immagini estremamente sobrie, lucide e taglienti che incastonano temi di sofferenza ancestrali, di dolore mitico-universale.

Si legga ad esempio: " Ruota/in aria/la moneta./Vivere o morire!/ ... /A terra di taglio ".

D'Amato si fa infatti compagno di ogni uomo che soffre per porgergli almeno una presenza dolorante di conforto, anche se qua e là la sua poesia sembra lasciar trapelare un pessimismo amaro. Il documento clinico del suo dolore disperato propone brandelli d'anima in attesa di ricomposizione, ferite dischiuse che attendono …

Per questo la sua poesia è aperta al futuro, ad uno sviluppo di ricerca contenutistica. Per ora il solido impianto delle immagini ci dà del suo mondo interiore una radiografia quanto mai stimolante. Le immagini fioriscono spontanee dal mondo che circonda il poeta: mare, soggetti e oggetti cari della vita familiare ecc. Senza sforzo apparente vestono le idee, ne sottolineano le indecisioni, gli sforzi, le rare gioie, le inquietudini …

Tutto lievita sotto la spinta delle immagini robuste: anche le più piccole e semplici cose feriali acquista-no in profondità ontologica. La tastiera lessicale su cui Mario D'Amato stempera i sentimenti del suo profondo si va di poesia in poesia arricchendo di nuove modulazioni.

Ma ciò che a noi pare essere la dotazione più autentica del poeta è la sincerità dei suoi stati d'animo non raffrenati da rimozioni inconsce o da remore di moralismo pletorico. Una sincerità che scava nelle carni vive dell'esistenza di oggi, e che commuove per la virulenza e la linearità della sua azione.

Rara dote di sapersi specchiare senza nascondersi le rughe e le storture dell'io più risposto. Anche solo per questo meriterebbe di essere attentamente ascoltato e meditato.

Fryda Roda

Un verseggiare breve ed essenziale contraddistingue l'opera di Mario D'Amato. La raccolta, piuttosto vasta, si presenta poliedrica: varia è la motivazione delle liriche (più che liriche, pensieri brevi, appunti spirituali) che manifestano momenti immediati della sensibilità dell'autore.

In contrasto con la spezzatura del verso s'impone l'armonia del fraseggio, ricco d'immagini " sto fra pareti d'utopia " ... "un'arpa miagola dolori".

L'opera assume carattere di globalità poiché unisce alle osservazioni momentanee e frammentarie riflessioni più profonde sulle ragioni dell'essere, che lo conducono a domande senza risposte: " Dove io? ".

Particolarmente interessanti sono le liriche la cui essenzialità è spinta all'estremo e raccoglie tutto il significato di un ampio pensiero in un'unica definizione; liriche che possono sorprendere il lettore nel precipizio improvviso di certe conclusioni immediate " Non porto mai/l'orologio;/il vuoto/non ha tempo " e che definiscono la validità di un autore la cui poesia ha il pregio di una quasi assoluta essenzialità.

Giuseppe Nasillo

Quando una maturità di sentimenti si avvale di una equivalente maturità morale, raramente avviene che esse non convergano in una corrispondente maturità artistica. E tali convergenze si sono pienamente realizzate nel caso di Mario D'Amato che, dopo un rodaggio continuamente condotto sulle curve della sua psicologia, è riuscito ad esprimere in questo suo primo libro emozioni anulari e polivalenti, affidate ad un linguaggio poetico tanto più semplice, quanto più rorido di intima e suggestiva armonia.

Ci è dato spesso di imbatterci in raccolte di versi ridondanti di logomachìe verbali e verbose, come talvolta (ultimamente, purtroppo, con una frequenza sempre crescente) ci si imbatte in scrittori adusi a criptoestesìe di linguaggi aridi che ricamano simmetrie sulla scia del nulla. Si è quindi, a maggior ragione, sorpresi quando si ha modo di immergersi in un mondo poetico offerto nella sua più immediata e scarna essenzialità, divincolata da ogni acrobazia fonetica, da ogni astrazione emblematica, da ogni barocco e freddo simbolismo.

Nel 'veleggiare' poetico di D'Amato, che dubita ma giammai dispera dell'approdo, si innerva il sofferto contatto-contaggio di una umanità ancorata a schemi di superficiali rapporti etici, ad evanescenti valen-ze sociali, a sterili pulsazioni affettive.

Vi si ravvisa nondimeno un'ansia, mai rassegnata, di uscire dalla spirale di atmosfere ambigue che travi-sano i reali valori della vita: " Non porto mai/l'oroglogio;/il vuoto/non ha tempo " (Abitudini).

Anche l'ambivalenza della scelta si risolve in un 'dubito, ergo sum', che è la cifra esponenziale della poesia di D'Amato: " Ruota/in aria/la moneta./ Vivere o morire!/ ... A terra di taglio " (Probabilità); " La morte/sarà la mia pace?/Seccherà/vita e anima/come un ramo spezzato/o metterà radici? " (Agonia).

I dadi a caso della vita, nei suoi giorni voltolanti come coriandoli policromi, hanno i numeri del futuro imprevedibile ed immodificabile. L'evasione ne scaturisce come 'extrema ratio vivendi': " Sto/fra pareti d'utopia/come un uccello in gabbia./Briciole di libertà le grate./Ah realtà, realtà … " (Prigione).

Anche l'allegoria velata dell'uomo itinerante fra sterpaglie di appariscenti (o inconsistenti ?) relazioni umane si risolve in trepida ricerca di un indispensabile contatto vero nell'isola dell'umanità: " … Acqua … acqua/Troverò io/una samaritana? " (Samaritana). Ed è irrequieta, magicamente inquieta la ricerca di un varco che liberi l'uomo dalla muraglia montaliana: " Come un cancro/quest'inquietudine./Un volto di sfinge/e gioco a carnevale./Parabola di morte. " (Come un cancro).

Ma nel procedere 'fuor del pelago a la riva' la poesia di Mario D'Amato non conosce interpretazioni convulse, né degenera mai in geometrie di violenze verbali esagitate. È la ricerca paziente, matura, 'eroica' (forse impossibile) di chi, come uomo di un mondo alla deriva, cerca, pur consapevole di navigare su barche senza fondo, di giungere ad una meta che racqueti le congenite, naturali, noumeniche ansie dell'uomo cosciente del suo 'essere umano'.

Mirella Taverna

La poesia di Mario D'Amato è una vite in torsione. Pochi i giri, ma puntigliosi nella resa.

Nella sagoma guizzante della sua poetica nuotano sapori secchi e insiemi lievitati di verità umana. Maree di malinconia e rimpianto e pessimistiche vibrazioni conferiscono all'opera tensione e ossessività.

Prevale una tecnica ormai assimilata del 'far posare' il verso, dello scovare la parola insostituibile e del produrre effetti polemici e sferzanti.

Questi ultimi sgorgano da una vertiginosa calamitazione di abbandono, incalzante e interrogativo. Nascosta come un seme, s'agita l'ansia della fine e come confessione aperta agisce l'aspro realismo di un mondo interiore provato.

La raccolta è da prendere in considerazione.